Ulivi a quote alpine, laghi nati dal nulla, una marmotta mummificata di seimila anni, stambecchi che si adattano a inverni sempre più brevi. La Valle d’Aosta è uno degli osservatori naturali più straordinari d’Europa per leggere i cambiamenti del nostro tempo. Cinque luoghi, cinque storie, un viaggio diverso.
A Donnas, nella bassa Valle d’Aosta, una strada romana è lì da duemila anni. Basolato consumato da secoli di passi, ancora intatto, ancora percorribile. Eppure, proprio lì accanto, negli ultimi anni ha cominciato a fare capolino qualcosa di inatteso: gli olivi. Ospiti a sorpresa in una regione che il mondo associa alla neve, ai ghiacciai, ai formaggi di montagna e al vino eroico. Non certo all’olio d’oliva.
Due tempi diversi camminano fianco a fianco: il tempo della pietra, di una strada che si illude di non cambiare, e quello reattivo e intelligente della vegetazione. Un albero d’olivo che non dovrebbe esserci, e invece c’è. È una buona immagine di quanto sta succedendo in Valle d’Aosta, la più piccola regione italiana e anche la più alta, con due terzi del territorio sopra i 2.000 metri.
Non sono freddi numeri. Raccontano cosa significa essere una frontiera — tra tre paesi, tra climi diversi, tra ecosistemi che si toccano e si sovrappongono. Per questo la Valle d’Aosta è uno dei luoghi in cui i cambiamenti si leggono prima e più chiaramente. Cinque luoghi simbolo lo dimostrano.

1. Ghiacciaio del Lyskamm: la marmotta di seimila anni
Era una mattina d’agosto del 2022. La guida alpina Corrado Gaspard stava risalendo la parete est del Lyskamm, nel gruppo del Monte Rosa, a 4.291 metri di quota. Non sapeva che avrebbe trovato qualcuno ad aspettarlo: una piccola marmotta, rannicchiata su una roccia, mummificata. Un’attesa durata, come riveleranno gli accertamenti al radiocarbonio, seimila e seicento anni.
La mummia del Lyskamm è il più antico reperto mummificato d’Italia. Ma la domanda più potente che pone non è sulla morte, è sulla vita: cosa ci faceva una marmotta a quella quota? Quale ambiente esisteva, seimila anni fa, dove oggi c’è il ghiacciaio?
Le Alpi non sono mai state immutabili. Quello che oggi appare dominato dal ghiaccio poteva non esserlo — e probabilmente non lo sarà per sempre. La mummia è visitabile al Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan nel Castello di Saint-Pierre: non racconta solo il passato, suggerisce come potrebbe essere il futuro.

2. Montjovet: l’ulivo che sale in quota
Rudy Perronet al mattino scala ghiacciai. Al pomeriggio va per olivi. Guida alpina di mestiere, olivicoltore per scelta: la sua storia è già di per sé un’immagine di come stia cambiando la Valle d’Aosta.
Nel 2019 ha fondato Les Cents Oliviers sulla collina di Montjovet, in una conca esposta a sud-ovest bagnata dall’acqua del ghiacciaio del Verra. Centocinquanta ulivi su un ettaro di terra che apparteneva ai suoi nonni. Il primo olio — Huile des Glaciers — è andato sold out in pochi giorni dal lancio. Lo chef stellato Paolo Griffa lo ha inserito nel menu del Caffè Nazionale di Aosta.
La Valle d’Aosta era l’unica regione italiana a non produrre olio. Non lo è più. E quello che cresce a Montjovet ha stessa qualità e stessi polifenoli dei migliori extravergini italiani. Un dettaglio quasi simbolico: l’acqua che nutre gli olivi arriva proprio da un ghiacciaio.

3. Gran Paradiso: dal dominio alla custodia
Alla fine dell’Ottocento lo stambecco alpino sembrava destinato all’estinzione. Sopravvivevano poche centinaia di capi tra le valli del Gran Paradiso. Da quel nucleo modesto è iniziata una delle più straordinarie storie di conservazione della fauna europea: oggi lo stambecco popola gran parte dell’arco alpino.
Ma il Gran Paradiso racconta anche un’altra trasformazione, meno visibile e forse più profonda. Per secoli queste montagne furono territorio di caccia e conquista. Oggi sono uno dei simboli europei della tutela della natura. In pochi luoghi si legge così chiaramente l’evoluzione del rapporto tra l’uomo e il mondo naturale: dal dominio alla custodia, dal possesso alla responsabilità.
Eppure dopo ogni lieto fine c’è sempre il giorno dopo. Lo stambecco si trova ora ad affrontare una sfida diversa: inverni più brevi, meno neve, pascoli che cambiano. L’animale che più di ogni altro incarna la resilienza delle Alpi è diventato il testimone di una nuova epoca — quella dell’adattamento a un ambiente che cambia troppo rapidamente.
4. Rutor: la geografia dei nuovi laghi
Nel 1909 una fotografia ritrae il ghiacciaio del Rutor mentre si immerge con una lingua possente nelle acque del Lago del Rutor, a 2.373 metri di quota. Oggi, dagli stessi punti, il ghiacciaio non si vede quasi più: il fronte si è ritirato di centinaia di metri verso l’alto, lasciando roccia, sedimenti e acqua.
Intorno al lago, nel corso degli ultimi decenni, sono comparsi altri bacini che sulle carte geografiche dell’epoca non avevano nome — perché non esistevano. Solo tra il 2006 e il 2015, in Valle d’Aosta sono comparsi quasi 170 nuovi laghi glaciali. Alcuni piccoli, alcuni sorprendentemente grandi. Tutti nati dallo stesso processo: il ghiaccio che si ritira, l’acqua che occupa lo spazio lasciato libero.
I nostri nonni non conoscevano questi laghi. Non perché non li avessero esplorati: perché non c’erano. Ma c’è anche qualcosa di più antico che riemerge: con il ritiro del ghiacciaio è tornata alla luce una torbiera sepolta, formatasi tra i 10.000 e i 5.500 anni fa. La montagna che cambia restituisce memoria.

5. Courmayeur: dove si misura l’invisibile
Per secoli i cambiamenti della montagna si misuravano con la memoria. Oggi si misurano con radar, satelliti, sensori e modelli digitali. Ai piedi del Monte Bianco, la Fondazione Montagna sicura osserva alcune delle trasformazioni più profonde che interessano le Alpi.
È qui che viene monitorato il ghiacciaio di Planpincieux, in Val Ferret — diventato simbolo della nuova montagna alpina: osservato in tempo reale, giorno e notte, per comprenderne i movimenti e garantire la sicurezza del territorio. È qui che si studia il permafrost, il terreno permanentemente gelato che tiene insieme molte delle grandi montagne alpine e che oggi si sta trasformando.
Un viaggio diverso in Valle d’Aosta
Questi cinque luoghi non sostituiscono le esperienze classiche della Valle d’Aosta — il Monte Bianco, i castelli, i vini, la fontina. Le arricchiscono di uno sguardo diverso. Venire qui per osservare come sta cambiando la montagna è un modo di viaggiare più consapevole, più curioso, più onesto.
La Valle d’Aosta non è solo uno spettacolo naturale da ammirare. È un ecosistema che parla — e vale la pena imparare ad ascoltarlo.
(P.P.)


